LIBRO DI VETTA

Racconti di emozioni verticali

Apuanismo estremo al Pizzo delle Saette

( testo di Nicola Andreini )

 

Affermazioni e smentite si rincorrono,come al solito, intorno alle caratteristiche del primo inverno degli anni dieci. La neve è tornata a Roma dopo venti anni ma le medie ammoniscono che le temperature rimangono in continuo rialzo.

Senza dubbio alcuno la bellissima stagione invernale 2008 – 2009 non si è ripetuta in Apuane. Non è il luogo per indagare e sbilanciarsi in sentenze. Rimane il disappunto per tutta una serie di progetti che la scorsa ricca stagione non era stata in grado di esaurire, o che meglio, con la sua cornucopia di salite, possibili e realizzate, aveva suscitato nelle fervide menti degli appassionati di ghiaccio e neve verticale.

Uno solo di questi progetti è stato coronato dal successo, la “Diretta del Vetriceto” alla Torre Francesca del Pizzo delle Saette.

Salita che si può definire di prestigio per lunghezza, impegno tecnico e presenza di fattori di rischio.

Quest’ultimi quest’anno amplificati dalla scarsa copertura dell’itinerario.

Però non ci si accinge ad una digressione tecnica sull’ingaggio della salita. Si preferisce dare a queste note un tono maggiormente confidenziale. Rivolgere lo sguardo verso l’interno più che verso l’esterno.

Ai piedi di una nuova goulotte secca e revulsiva, nuova perché già una, molto impegnativa, era stata salita con perizia ed abilità dal mio socio in qualità di capocordata, si è osservato con stupefatto timore la propria mente vacillare.

In alcuni casi la costrizione è preferibile alla libertà, meglio non avere scelta che troppe possibilità di scelta. Il capocordata è sovrano nelle sue scelte, può ricevere pareri non vincolanti, ma la scelta ultima è assolutamente la sua. E si è trattato per un attimo di un sovrano impacciato e renitente. Non era facile in vero scegliere l’itinerario  migliore, totale assenza di protezioni in loco, scarsa possibilità di piazzarne salendo di valide. Il meccanismo dell’impasse mentale si è manifestato senza meno. Il corpo è stato abbandonato alla sua sete di sopravvivenza, ha iniziato a vagare poco convinto ed ancor meno convincente in una direzione che non portava a niente. Si è diretto come un automa alla ricerca di un angolo nel quale rifugiarsi, che gli precludesse oggettivamente la salita. Esprimendo così una surrettizia richiesta d’aiuto. La mente spodestata non esercitava alcun dominio, guardava la scena dall’esterno. Ecco esattamente, dall’esterno. Si compiaceva quasi dei commessi errori, degli appoggi malfermi - Piede che vacilla reca seco precipizio -  del crescente rigore degli avambracci che non trovavano dove far mordere gli attrezzi. Sentiva crescere il ritmo della respirazione, la temperatura del corpo. E non interveniva. Per quanto avrebbe tollerato una situazione di tal fatta? Fino allo schianto? Doveva spengere l’interruttore della paura, ne aveva i mezzi e latitava. Il richiamo all’ordine è venuto perentorio dal dolore. Ha sconvolto e riordinato in un attimo la gerarchia delle fonti. E come dinanzi ad un disordinato esercito sul filo della rotta la mente ha ripreso infine ad impartire ordini. Ha placato il cuore ed il respiro, ha aiutato avambracci e polpacci a decontrarsi. Ha finalmente decifrato con chiarezza i dati della vista e del sesto senso dell’alpinista. Tutti i necessari gesti sono stati letti e compiuti nell’anticipazione motoria con precisione e fermezza. Che si trattasse di incravattare ricurvi rametti con fettucce o di fa mordere le becche su ciuffi d’erba spioventi ogni gesto rispondeva ad un piano coerente e preordinato. Le punte dei ramponi sembravano nuove di forgia, le stesse che poc’anzi slittavano senza presa come fossero state di carta stagnola. Oggettivamente si stava salendo l’effimero, il precario, l’inconsistente. La spinta ascensionale però rendeva leggeri e consolidava il tutto per il tempo necessario ad esser superato.

Giunti in sosta, allestita la sosta pure si è affacciato un certo compiacimento. Sarebbe stato più opportuno il biasimo per il pericolo corso nel momento della destituita volontà.

Ma la vita è l’accordo dei contrari, l’alternarsi d’espansione e contrazione. Quando la mente sembrava confinata in un vile guscio senza scampo è uscita ed ha imposto il suo dominio. S’azzarda un monito: la trappola peggiore è quella che si tende a se stessi. La luce maggiore è quella che i fatti ci gettano dentro.

La salita si sarebbe ancora snodata per lunghezze tecnicamente più difficili, compresa quella cruciale superata in prima libera dal mio amico, la mente avrebbe poi saggiato la fatica del sommarsi dei metri, avrebbe pure subito il critico calo della serotonina per il prolungato digiuno ma come un antico re severo avrebbe continuato ad impartire ordini inappellabili fino ad aver riportato anche il suo ultimo passo dietro le linee. Verso il meritato ristoro ed i racconti senza fine della compagnia raccolta intorno al tavolo.

 

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